I sistemi operativi su x86 negli Anni 90

Mentre scrivo queste note (2016), l’informatica personale e professionale (non server) gravita attorno a due famiglie di microprocessori: x86 e ARM. I primi regnano da sempre su notebook e desktop (e server), i secondi su smartphone, tablet, wearable e set-top box.

Trent’anni fa la situazione era ben diversa! C’era un’ampia scelta di processori e architetture. E il mercato dei microcomputer era diviso in personal computer e workstation, con queste ultime equipaggiate con processori RISC dalle prestazioni e dal prezzo stellari.

Le macchine NeXT, come tante altre piattaforme nate negli Anni ’80, erano basate su architettura Motorola 68K, in particolare sul 68040 a 25 o 33 MHz. Prima dell’arrivo della 68060, questa CPU era la più potente della famiglia, partita con lo storico 68000 a 16 bit (cuore di Macintosh, Amiga, Atari ST) e successivamente evoluta sui successivi 68020 e 68030. Fatto poco pubblicizzato nei dibattiti sul retrocomputing, il sistema operativo NeXTStep fu reso disponibile anche per altre architetture oltre alla m68K e, dunque, al NeXTCube e alle NeXTstation: Intel x86, HP PA-RISC e Sun SPARC. Merito del fatto che fosse basato su un kernel Unix, senza dubbio: Unix e il linguaggio C, infatti, sono stati progettati proprio con la portabilità in mente. Supportare diverse architetture, in realtà, non fu una caratteristica solo di Unix: anche le prime versioni di Windows NT vennero rese disponibili su diverse architetture (x86, DEC Alpha, MIPS R4000 per la 3.1, PowerPC e SPARC per la successiva 3.51). Anche BeOS apparve prima per PowerPC e poi per Intel. L’architettura x86 a 32 bit era ancora una scommessa e l’arena dei microprocessori RISC ad alte prestazioni era piuttosto affollata: probabilmente nessuno sapeva per certo quale (o quali) architettura sarebbe risultata vincente e non si voleva perdere il treno. Sono trascorsi oltre vent’anni da allora e la storia è scritta: in ambito PC è rimasta solo l’architettura Intel, oggi consolidata a 64 bit e multicore, la sforzo di IBM e Motorola su PowerPC si è arenato sul G5, i microprocessori RISC hanno perso il vantaggio di prestazioni, i microprocessori non x86 sono pressoché totalmente relegati al mondo dei server mission critical, come quelli delle compagnie telefoniche.

Del mondo delle workstation RISC parlerò prossimamente, mentre in questa sede vorrei sofferarmi sul mondo dei personal. È interessante, infatti, soffermarsi sulla architettura x86, guardando la situazione al 1993, anno in cui NeXT ha rilasciato NeXTStep versione 3.1 per la piattaforma Intel. La tabella qui sotto mostra la timeline dei sistemi operativi a 32 bit per piattaforma x86 (in grigio il sistema su architetture non x86, in verde la disponibilità sulla piattaforma Intel):

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In quel periodo la stragrande maggioranza dei computer x86 faceva girare il DOS (con i suoi abbondanti 640K di memoria RAM!) che a sua volta faceva girare Windows. Tra i sistemi a 32 bit in grado di sfruttare appieno le caratteristiche dei processori 80386 e 80486 c’era OS/2. La versione 2.0 fu la prima realmente a 32 bit, mentre la successiva versione 2.1 migliorò prestazioni e compatibilità. Nel 1993, insieme a NeXTstep e OS/2, fece la sua comparsa Windows NT 3.1, il sistema operativo sviluppato da Microsoft in parallelo allo stream al 16bit. La release 1.0 di Linux arriverà nel 1994, mentre BeOS arriverà dopo qualche anno. Possiamo citare anche Solaris (che si chiamava SunOS) e Plan 9, uscito dai laboratori AT&T come il suo predecessore Unix.

Volendo abbracciare un quinquennio, tra il 1993 e il 1998, appare un mercato ricco che offriva ben 6 sistemi operativi (NeXTSTep, Solaris, BeOS, Windows NT, OS/2, Linux e Plan 9) più l’ibrido Windows 95 che aveva pezzi a 16bit e pezzi a 32bit. Volendo poi allargare al mondo della workstation RISC, c’erano anche VMS (DEC) e i vari Unix come Irix (SGI), AIX (IBM) e HP/UX (HP).

Torniamo al mondo x86. Il tempo è passato e una specie di selezione naturale ha lasciato in vita tre sistemi operativi e (di fatto) una sola piattaforma hardware: Mac OS X (nato dalle ceneri di NeXTStep), Windows 10 (evoluzione di Windows NT) e Linux. Esiste ancora Solaris per x86, ma credo di poter affermare che il suo utilizzo è per lo più in ambito server, mentre è sempre più raro trovarlo sulle workstation. Wikipedia, peraltro, ci ricorda che questa categoria di calcolatori non esiste più in tecnologia RISC: il 2009 ha segnato la fine della produzione delle ultime workstation IBM con tecnologia Power, mentre l’anno precedente terminò la produzione delle workstation Sun e HP. L’architettura x86-64 è l’unica oggi disponibile e la scelta si articola nella velocità e nel numero di processori, nel tipo e nella dimensione della RAM ed eventualmente nell’affidabilità complessiva dei componenti.

Un ultimo sguardo al percorso evolutivo: NeXTStep ha preso vita nel mondo delle workstation, evolvendo poi sui computer desktop per giungere su smartphone, tablet e wearable nelle varie declinazioni di Mac OS X e iOS. Linux è partito dal mondo desktop, ma oggi  domina il mercato dei server, degli smartphone (si pensi ad Android), dei sistemi embedded e degli appliance multimediali. Windows resta leader sui desktop, mentre in ambito mobile ed embedded ha quote di mercato pressoché invisibili.

Mi chiedo se vedrà mai la luce un nuovo sistema operativo, ma credo sia fortemente improbabile vista la complessità dei tre sistemi oggi esistenti. Inoltre, essendo Linux e il suo ecosistema totalmente opensource, forse non vale la pena partire da zero mentre è più conveniente partire da una base solida e robusta con 20 anni di codice alle spalle.

Networking

Supponendo di aver appena ricevuto una macchina NeXT, fatte le prime doverose pulizie, se il sistema operativo è già installato, il primo desiderio è quello di connettere la macchina in rete. Questo è senz’altro una pretesa del nostro tempo: noi siamo connessi e altrettanto devono fare le macchine, nuove o vecchie che siano! Rispetto alle intrinseche deviazioni della piattaforma NeXT su video, tastiera e mouse, il networking è l’ambito dove almeno la parte hardware è facile: sul retro del case è presente una porta Ethernet 10Mbps (il Gigabit era ancora fantascienza) che consente di connettere immediatamente la macchina ad una rete locale “moderna”. Volendo, è presente anche un connettore BNC (per reti 10BASE2), ma di questi tempi è molto più facile trovare uno switch con una presa RJ45 libera piuttosto che un segmento di rete con cavo RG58 a cui agganciare un nuovo nodo. Dunque, connesso un tipico cavo patch, la configurazione hardware è risolta.

Lato software la configurazione è abbastanza semplice, ma richiede un minimo di guida rispetto ai pannelli di setup degli ambienti più moderni. Innanzi tutto è utile sapere che NeXTStep si aspetta di trovare un server che si occupi della configurazione della macchina (un DHCP ante litteral, visto che il Dynamic Host Configuration Protocol sarà introdotto solo nel 1993). Non ho dettagli su questo aspetto, non ho ancora letto a fondo i manuali dell’amministrazione di sistema dunque non so fornire dettagli in merito. Peraltro, per poter mettere in piedi un sistema client/server è necessario disporre di almeno due macchine, cosa non da poco  per la maggior parte di noi (la mia seconda NeXT sarà oggetto di restauro in autunno, dunque per ora anche io ho una sola workstation funzionante, ndr).

Ci occuperemo, dunque, della sola configurazione base del TCP/IP, per connettere una macchina con NeXTStep 3.3 alla rete di casa o dell’ufficio. Occorre tenere sotto mano:

  • l’indirizzo IP da assegnare alla NeXT
    • non essendo disponibile DHCP, onnipresente nei router moderni, occorre necessariamente attribuire un indirizzo statico alla workstation.
    • Solitamente i router assegnano gli IP dinamici all’interno di un intervallo stabilito (ad esempio, da 192.168.0.50 a 192.168.0.150). Si hanno, dunque, due possibilità: assegnare alla workstation un indirizzo IP all’interno di questo range (ad esempio, 192.168.0.123), avendo cura di indicare al router che tale indirizzo è riservato ad un certo MAC address (quello, ovviamente, della scheda di rete della NeXT) oppure assegnare staticamente un indirizzo fuori dal range (192.168.0.199) assicurandosi che non venga utilizzato da nessun’altra macchina sulla rete. Una nota: nel primo caso il router non riceverà mai la richiesta di attribuzione dell’IP da parte della NeXT, ma la configurazione salvata eviterà che il router assegni tale indirizzo ad un’altra macchina.
  • l’indirizzo IP del router
    • probabilmente il più classico dei 192.168.QUALCOSA.1, nell’esempio mostrato sopra 192.168.0.1. È sufficiente consultare il pannello di amministrazione del router o la configurazione dinamica di una macchina già connessa alla rete per scoprirlo.
  • la maschera della sottorete
    • in ambiente domestico la solita 255.255.255.0; valgono le considerazioni del punto precedente
  • l’indirizzo (o gli indirizzi) del server DNS
    • si possono utilizzare quelli dell’Internet Provider in uso, ma potrebbero cambiare nel tempo. Una soluzione potrebbe essere quella di utilizzare i DNS pubblici di Google, che hanno IP 8.8.8.8 e 8.8.4.4, o magari uno privato locale che poi inoltri la richiesta al server del provider. Insomma, come nel caso dell’indirizzo della workstation, occorre rendere statico anche il riferimento al server DNS.

Vediamo, dunque, come configurare NeXTStep 3.3 per accedere alla rete avendo a disposizione le informazioni di cui sopra. Prima di tutto, occorre accedere alla macchina con l’utente root ed avviare l’applicazione HostManager contenuta nella categoria (cartella) NextAdmin:

1_HOST(ricordo che le immagini sono in scala di grigio perché si tratta di screenshot presi su una NeXTstation N1100, che è monocromatica)

Dal menù dell’HostManager è necessario selezionare la configurazione locale agendo sulla voce Local: si presenterà la finestra Local Configuration sulla quale è possibile impostare tutti i parametri.

2_LOCAL1Vediamoli nel dettagli:

  • NetInfo Binding
    • a meno che non abbiate un server di questo tipo, è consigliabile selezionare l’impostazione “Use local domain only”
  • Hostname
    • possiamo attribuire un nome alla macchina (nella migliore tradizione delle workstation Unix!). Nel mio caso, la macchina si chiama gerdanext, in onore del mio nick gerdavax.
  • NIS Domain Name
    • selezionare “None”
  • Internet Address
    • in questa posizione è necessario inserire l’indirizzo IP assegnato alla macchina (nell’esempio: 192.168.0.199)
  • Broadcast Address
    • è possibile lasciare il valore di default (che sarà 192.168.0.255 nell’esempio di configurazione finora seguito, ndr).
  • Time Standard
    • ho lasciato l’impostazione di default, ma non so se NeXTStep abbia un elenco di server NTP predefiniti. Probabilmente è una informazione che arriva dal server di configurazione. Finora l’impostazione di default non ha creato problemi, dunque ho lasciato così.
  • Netmask
    • ho specificato esplicitamente quella standard
  • Router
    • ho specificato esplicitamente l’indirizzo del router

A questo punto è sufficiente salvare per rendere operative le modifiche, previo reboot come richiesto dalla dialog mostrata di seguito:

5_ALERTAl riavvio la macchina avrà l’indirizzo IP assegnato. Sarà sufficiente eseguire un ping verso il router per assicurarsi che tutto funzioni correttamente. L’ultimo passo è impostare il server DNS. In questo caso non si può fare affidamento sull’interfaccia grafica, ma occorre passare alla shell di sistema. Sempre con l’utente root, è necessario modificare (o creare ex-novo, come nel mio caso) il file /etc/resolv.conf, analogamente a quanto avviene su altri sistemi Unix:

6_TERM1ed inserire una riga con la keywork nameserver seguita dall’indirizzo IP del server DNS (nel mio caso, proprio il server pubblico di Google con indirizzo 8.8.8.8):

7_TERM2È possibile inserire riferimenti a più server, ciascuno su una riga. In questo caso non è necessario un riavvio della macchina ed è sufficiente utilizzare l’utility nslookup per verificare la corretta risoluzione dei nomi:

8_NSLUltimo dettagli: l’indirizzo MAC della NeXT è visibile all’avvio della macchina, mostrato dalla BOOT ROM. Ad esempio, sulla mia NeXT è quello evidenziato nella foto qui sotto:

MAC2

Reazioni post-Raduno 2016

Come già detto, il Raduno 2016 è stato un successo sia per il numero di espositori che hanno aderito sia (soprattutto!) per i partecipanti che l’hanno visitato. Diversi anche gli articoli sul web che ne hanno parlato a valle. Riporto di seguito quelli che hanno evidenziato, per così dire, la presenza della NeXT e l’importanza di questa piattaforma nella storia dell’informatica:

Superfluo dire che fa piacere sapere che lo sforzo di restauro di una macchina sia stato apprezzato e questo vale per qualsiasi pezzo e qualsiasi collezionista, che si tratti di una macchina molto rara o di una comunissima.

Appunti sul Primo Raduno RCI 2016

Si è concluso con grande soddisfazione di tutti i partecipanti il Primo Raduno Nazionale del Retrocomputer Club Italia, per gli amici degli hashtag #radunorci2016. È stata una bella esperienza, divertente e in un certo senso formativa. Ho partecipato per anni all’organizzazione del Linux Day con il GULCh (Gruppo Utenti Linux Cagliari), ma quella dei giorni scorsi è la prima volta in cui ho partecipato ad un evento di retrocomputing come espositore.

radunorci2016_1 Durante e a valle dell’evento, ho appuntato e distillato alcune riflessioni che potranno aiutare a migliorare la mia partecipazione ad esposizioni successive. Ho pensato di condividerle in questo blog perché credo possano essere utili anche ad altri appassionati che contribuiscono alle varie mostre e raduni. Alcune sono semplici constatazioni, altre sono – per così dire – raccomandazioni:

  • Iniziamo dalla preparazione. L’espositore dovrebbe visitare la mostra prima che questa inizi. Ovviamente non potrà vedere tutto, ma almeno “il grosso” dovrebbe vederlo quando ancora l’evento non è aperto al pubblico. Dovrebbe farlo per due motivi: in primo luogo, non dovrebbe girare per la mostra durante l’apertura al pubblico, mentre deve garantire la presenza presso la propria postazione, così da essere a disposizione dei visitatori per spiegazione, per aiuto, per recuperare un improvviso malfunzionamento; in secondo luogo, conoscendo il resto dell’esposizione, potrà suggerire al visitatore su quali altri pezzi soffermarsi. Nel caso della NeXT, ad esempio, mi è stato utile poter indicare ai visitatori la posizione dell’Acorn A3010 (macchina economica coeva della NeXTstation) e della SGI Indy (macchina successiva, ma della stessa fascia di mercato).
  • Il setup della macchina deve essere coerente: a tutti coloro che si sono soffermati sulla NeXT ha “disturbato” il fatto che il monitor non fosse originale (il pesante CRT MegaPixel che ho mantenuto nel caveau per evidenti problemi di spazio a casa). Benché il TFT Philips fosse adeguato, della stessa dimensione del monitor originale (17″) e addirittura con proporzioni pressoché quadrate come il CRT originale, avere il monitor originale avrebbe fatto la differenza. Ben vengano, dunque, le configurazioni perfette con tutti gli accessori originali. Eventuali hack o soluzioni di fortuna dovrebbero essere mantenuti a latere, evidenziando, appunto, che si tratta di evoluzioni successive.
  • La macchina deve (dovrebbe…) essere il top: direi un abbondante 50% di coloro che si sono seduti a provare la NeXTstation hanno chiesto come mai non avessi portato la versione Color oppure il Cube. Il secondo non lo possiedo; la prima sì, ma ho deciso di restaurare prima la monocromatica che ho acquisito prima. In generale, il fatto che volessero vedere quella a colori è stato il più ricorrente. Qualcuno mi ha detto: “è più attraente un monitor a fosfori verdi piuttosto che lo schermo grigio”. Qualche altro pensava che fosse impossibile che la NeXT fosse monocromatica e che il problema fosse nel monitor o nel cavo. Insomma, per la prossima mostra dovrò sistemare la Color, non c’è scampo. Il pubblico cerca macchine vecchie ma che esprimano grandezza nel proprio periodo storico.
  • Ho constatato che persone diverse cercavano cose diverse da provare: i più giovani guardavano le applicazioni e l’ambiente di sviluppo, mentre quelli più maturi che hanno vissuto la transizione BBS-Internet erano più affascinati dal vedere il browser di Tim Berners-Lee e il sito del CRS4. Qualcuno provava gli scacchi. Altri hanno aperto la shell alla ricerca del sottobosco Unix con in quale fare qualche giochetto. Insomma, occorre prepararsi ad un pubblico molto molto eterogeneo.

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  • Ho portato due libri (“The NeXT Book” e “Developing NeXTSTEP Applications”): qualcuno li ha sfogliati, ma senza troppa convinzione. Sicuramente quello sullo sviluppo è stato il più consultato, quello sulla configurazione del sistema era pressoché inutile. Più persone, invece, hanno sfogliato la stampa della recensione di MC Microcomputer. In generale, aggiungere un supporto cartaceo dell’epoca è utile per dare colore e completezza all’esposizione, ma non credo sia necessario dotarsi di moltissimi manuali. Eventualmente, potrebbe aver senso mostrare la Reference Guide per il sistemista e lo sviluppatore. Non saprei dire, alla fine, se sia davvero utile portare dei testi.
  • Come dicevo in apertura, è fondamentale la presenza di qualcuno che racconti la macchina e la sua storia. In tanti si sono avvicinati con domande specifiche, altri guardavano spaesati ed è stato compito mio (e di Raffaele Terribile che mi ha dato una mano) incuriosirli, invitandoli a provare la macchina, raccontandone la storia e mostrando le cose più interessanti.
  • Laddove non fosse possibile spiegare a tutti la storia della macchina e il suo valore nell’esposizione (perché non c’è tempo, perché si sta parlando con altri, perché il visitatore non ha voglia di stare a sentire la storia ma preferisce leggere), è importante prevedere della stampe che raccontino la storia e che il visitatore possa portarsi via. Basta un foglio A4 piegato a libretto (quattro paginette A5) abbastanza sintetico e attraente per arricchire la partecipazione dei visitatori.
  • Occorre preparare delle demo. Come anticipato, avevo predisposto il browser di Tim Berners-Lee e il link al sito del CRS4, ma a quanto pare non è stato sufficiente. Alcuni visitatori avrebbero voluto provare altre applicazioni in particolare quelle per cui la NeXT dava il meglio di sè (editoria, grafica, calcolo scientifico…).

Chiudo con questa foto di Marco Fanciulli, grande esperto delle macchine Commodore PET, che scatta una foto storica al primo sito web italiano del CRS4, raggiungibile su http://history.crs4.it.

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Primo browser e primo sito web italiano su NeXT

(questo non è un pesce d’aprile)

Domani e dopodomani, 2-3 Aprile 2016, si svolgerà a Roma il Primo Raduno Nazionale del Retrocomputing Club Italia, di cui ho già scritto qualche settimana fa.

Al raduno porterò la NeXTStation N1100, con la SoundBox e (purtroppo!) un triste monitor LCD Philips. Dico purtroppo perché non mi è stato possibile trasportare il grosso monitor NeXT MegaPixel Display da 17″ dal caveau in Sardegna sino alla Capitale.

In occasione dell’evento, per rendere più ricca la condivisione con coloro che visiteranno la mostra, ho installato sulla N1100 il browser Nexus (che inizialmente si chiamava World-Wide Web) scritto da Tim Berners-Lee… mentre inventava il web! Ovviamente il Nexus non è in grado di visualizzare i siti moderni (ma neppure quelli piuttosto datati), sia per complessità delle pagine, sia per la presenza di componenti ignote ai quei tempi (CSS, Javascript), sia per il supporto al solo HTTP 1.0, che rende pressoché impossibile (salvo intervenire con un proxy nel mezzo, ndr) accedere ai moderni siti virtualizzati su una singola istanza di Apache.

L’ideale sarebbe stato avere il primo browser della storia con il primo sito web italiano della storia…

Ho dunque contattato gli ex-colleghi del CRS4 (Andrea Mameli, Gavino Paddeu, Paolo Sirigu, Pietro Zanarini e Antonio Concas per l’indispensabile supporto sistemistico), i quali hanno riesumato a tempo record l’homepage del CRS4 di quegli anni (credo si tratti della home del 1993) che si vede perfettamente. Ecco qui di seguito uno screenshot del Nexus che mostra la pagina del CRS4 raggiungibile all’indirizzo http://history.crs4.it/

crs4Una curiosità: nel pannellino informativo del Nexus, Tim Berners-Lee definisce il proprio lavoro “An exercise in global information availability”. Un esercizio che, davvero, ha cambiato il mondo.

Pulizia del mouse

Dopo aver smontato e pulito la tastiera, ho proseguito con la pulizia del mouse. L’operazione è stata ovviamente più semplice e rapida. A parte il guscio esterno, le parti più soggette ad accumulare sporcizia sono la pallina, i rulli dei sensori ottici e il capstan (o roller pinch), ovvero il rullo con molla che tiene in posizione la sfera di gomma pressata sui rulli dei sensori.

Lo smontaggio è stato abbastanza semplice, con sole quattro viti sul fondo del mouse e il guscio superiore che si è rimosso senza difficoltà. Curiosamente, il mouse mantiene lo stesso design della tastiera, con un profilo in gomma che costituisce la giunzione tra i due gusci superiore e inferiore.

IMG_5031IMG_5033IMG_5038IMG_5037Come dicevo, gli elementi da pulire sono stati la pallina e i rulli. Questi ultimi in particolare sono apparsi subito piuttosto sporchi, come di solito accade sui mouse meccanici.

IMG_5029La pallina è stata lavata con acqua e sapone neutro, rapidamente e senza abrasioni. Nella foto qui sotto è ancora visibile un po’ di sporcizia.

IMG_5025Il rullo in teflon che tiene in posizione la pallina si è pulito molto rapidamente con un po’ di sgrassatore. Nelle due foto successive è possibile vedere il “prima e il dopo”:

IMG_5028IMG_5042IMG_5043I rulli degli encoder ottici sono apparsi ossidati, arruginiti oltre che sporchi. Nell’immagine successiva è possibile vedere lo stato in cui sono stati trovati:

IMG_5041Ovviamente la pulizia con i detergenti ha dato scarsi risultati: è stata rimossa un po’ di polvere sedimentata, ma ovviamente non la ruggine. Ho provato a levigare lievemente e con molta attenzione utilizzando una spatolina metallica: lo strato di ossido superiore è stato rimosso senza difficoltà, ma è rimasto il danno alla cromatura del rullo.

IMG_5044Evidentemente la miscela di polvere, sporcizia e un po’ di umidità ha aggredito il metallo proprio in corrispondenza del contatto con la pallina di teflon. Inutile – mi sono detto – agire ulteriormente. Devo ancora valutare se utilizzare dei prodotti specifici per la pulizia del metallo, ma non essendo compromesso né l’utilizzo né l’estetica, per ora lascerò stare.

Un particolare, segno del perfezionismo dietro al lavoro di design e sviluppo della NeXT: il connettore proprietario del mouse riporta il logo dell’azienda, suggerendo all’utente di rivolgerlo verso l’alto per avere il corretto inserimento nella tastiera. Finezze alla Jobs, potremmo dire.

IMG_5020Osservando con attenzione il connettore, mi sono accorto che il pin centrale è leggermente storto. Vista la brutta esperienza con la tastiera e visto che questo leggero difetto non pregiudica né il collegamento elettrico né la funzionalità della periferica, anche in questo caso ho deciso di lasciare le cose come stanno e dunque di non intervenire.

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Tastiera: pulizia

La pulizia della tastiera è iniziata con il lavaggio dei gusci superiore e inferiore. Pensavo che bastasse sciacquarli con un po’ di acqua e sapone, ma mi sbagliavo. Se apparentemente le superfici sono apparse immediatamente pulite, le scanalature e gli angoli sono rimasti sporchi tenacemente. Ho dovuto usare il tipico sgrassatore da cucina e uno spiedino di legno con cui scrostare energicamente lo sporco presente negli angoli.

IMG_5009Un discorso simile è valso per il bordo in gomma che funge da giunzione tra i due gusci. All’interno del bordo è presente una scalanatura, che ovviamente è diventata ricettacolo di sporco e polvere. Peraltro, essendo di gomma (e gomma vecchia di quasi trent’anni!), il lavoro è stato particolamente noioso: ho dovuto pulire con molta cautela, per evitare di slabbrare o crepare la guarnizione.

IMG_4870La pulizia dei singoli tasti è stata la parte più laboriosa, visto la numerosità dei pezzi. I tasti più piccoli e senza scritte verdi sono stati lavati con acqua e sgrassatore/disinfettante, senza particolari accorgimenti.

IMG_4976Infatti, l’indicazione del simbolo del tasto non è fatta attraverso serigrafia ma per estrusione di plastica colorata sotto il guscio nero.

IMG_4988I tasti bicolore, ovvero quelli con serigrafia verde laterale, sono stati lavati nello stesso modo, ma avendo cura di non raschiare la serigrafia e soprattutto lasciando agire per minor tempo il detergente.

IMG_4987Alla fine tutti i tasti sono stati puliti alla perfezione!

IMG_4992IMG_4993IMG_4994Ho dunque provveduto a pulire il telaio della tastiera, con il circuito stampato e i pulsanti. Prima di tutto, ho usato dell’aria compressa per togliere la polvere (e tutto il resto…) in eccesso. Dopodiché, con sgrassatore e cotton fioc ho pazientemente pulito tutta la superficie.

IMG_5006IMG_5007Alla fine, tutto era pronto per essere rimontato. Ho dunque iniziato a inserire i singoli tasti, iniziando da quelli senza bilancere metallico. I tasti di quest’ultimo tipo, infatti, richiedono un montaggio particolare: prima si incastra il bilancere al telaio, poi si infilano i ganci del tasto al bilancere, infine si spinge il tasto in fondo.

IMG_5010IMG_5011IMG_5012IMG_5013IMG_5014IMG_5015Purtroppo durante il montaggio dei tasti, forse per mia inesperienza, il tasto ENTER si è danneggiato: il cilindretto guida all’estremo opposto del pulsante si è spezzato. A nulla è servito provare ad incollarlo: la base del cilindretto è troppo piccola perché la colla resista ad una forza trasversale e soprattutto la colla crea un piccolo spessore sul punto di giunzione, impedendo al cilindretto di scorrere dentro la fessura alla base della tastiera. Risultato: il tasto ENTER non ha un movimento fluido ed è necessario azionarlo sul lato sinistro (ovvero, dalla parte del pulsante vero e proprio). Ed ero così arrabbiato con me stesso che mi sono dimenticato di fotografarlo!

A parte questo incidente di percorso, ho rimontato la tastiera che ora appare bella pulita, quasi come se fosse nuova. Insomma, pronta per il Raduno del 2-3 Aprile.

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